Dazi nostri. Spiegati facile facile. Ovvero: “Quanti siete? Due Fiorini”

Mentre ricaricate la vostra fiammante Tesla, sfilate orgogliosi sull’Harley-Davidson, vi scolate Coca-Cola a canna, annaffiate tutto con whisky importato e poi, per sicurezza, vi finite lo stomaco da McDonald’s, indossando Nike, Levi’s e Calvin Klein e ovviamente sponsorizzate pure il selfie su Facebook e Instagram, ecco che arriva Donaldo a farvi un bel regalino: la gabella. Mentre voi fate ancora la fila per l’ultimo iPhone con la mela morsicata, lui si fa i dazi suoi. Attiva una politica economica protezionistica senza precedenti, inibisce il libero mercato e la circolazione delle merci, comprese le produzioni di qualità con gabelle medievali come se non ci fosse un domani. Quanti siete? Due Fiorini.
Facciamo un attimo ordine, tra un happy meal e un frappuccino.
I dazi di Trump, tanto per gradire, valgono un bel 10% dell’export italiano, roba seria. E qual è la regione più esposta? Ma ovvio, la Toscana, mica per caso. Nel 2024 gli USA si sono confermati il miglior cliente dei toscani, acquistando manufatti (traduzione: tutto ciò che non è vino o pecorino) per oltre 10 miliardi di euro, circa il 17% del nostro export totale. Bravi noi. Ma c’è chi ride ancora meno: il settore vitivinicolo, per esempio, visto che il 37% del rosso toscano prende(va) il volo proprio per gli USA.
Secondo Coldiretti Toscana, la mazzata potenziale è da 800 milioni di euro in meno di Made in Tuscany da esportare. E non è tutto. Il distretto orafo aretino, che per inciso è uno dei primi in Europa, esporta circa il 20% della sua produzione — cioè più di 510 milioni di euro — proprio negli USA. Gioiellini.
E il governo?
Giorgia Meloni, pacata: “Non è una catastrofe, no allarmismo”.
Salvini, versione Trump fan club con cappellino MAGA: “Legittima la posizione di Trump”. Le opposizioni: “Bisogna stare uniti come Unione Europea, agire in maniera mirata e proporzionata” (ovvero, ci penseremo dopo il prossimo vertice). Ursula von der Leyen si dice pronta a rispondere, anche se non si sa ancora come (probabile convocazione d’urgenza del Consiglio UE… o di un brunch a Bruxelles). Dal canto loro, gli americani ci fanno pure la morale: il segretario al Tesoro Scott Bessent ci invita a “non reagire” per evitare l’escalation. Tipo: vi diamo uno schiaffo, voi state fermi e zitti, che è meglio.
Fitch, intanto, dalla torre d’avorio lancia l’avvertimento: “C’è rischio di recessione USA”. Mentre l’Economist, senza troppi giri di parole, ribattezza l’operazione non più “Liberation day”, come l’ha definita Trump, ma “Ruination day” (giorno della rovina). Ecco, almeno qualcuno che non ha paura di dire le cose come stanno.
A proposito, non dimenticate: la Cina si è beccata un bel 54% di dazi, così, giusto per scaldare l’ambiente.
Ma tranquilli eh, l’importante è ordinare il prossimo acquisto su Amazon, pagare con carta americana e farsi trovare pronti per il prossimo Black Friday. Tanto, dazi o non dazi, noi qui si continua a comprare tutto ciò che arriva da oltreoceano, pure il chewing gum. Nella foto del Circolo fotografico castiglionese: la scritta “Qui si paga la gabella” nell’erta de il “Passaggio”, ripida e faticosa strada di accesso al paese a qualche centinaio di metri da casa mia. All’inizio della salita si trovava la dogana. Per l’ingresso era richiesta la gabella. Se fosse così anche oggi, non salirei mai in paese. Sapete perchè? Facile: non potrei permettermelo.