Desertificazione #6. Arezzo ha perso oltre 300 negozi in 12 anni, uno su quattro ha chiuso le serrande. Fei: “Invertire la rotta si può. Ecco come”

Arezzo24 prosegue nel ciclo di approfondimenti dedicato al tema sempre più attuale della cosiddetta “desertificazione” dei negozi e dei servizi essenziali nei centri storici. Un fenomeno che, anche nella provincia di Arezzo, sta assumendo proporzioni significative, con una progressiva riduzione delle attività commerciali, particolarmente evidente nel cuore del capoluogo e nei piccoli comuni del territorio. Un osservatorio d’eccezione su questa tendenza è quello di Catiuscia Fei, direttore aggiunto di Confcommercio Firenze-Arezzo, che ha offerto ad Arezzo24 un’analisi dettagliata e puntuale, aiutando a comprendere meglio le cause, gli effetti e le possibili soluzioni di una trasformazione che rischia di cambiare radicalmente l’identità dei nostri centri storici.
Il fenomeno della desertificazione commerciale colpisce con forza anche la provincia di Arezzo, con effetti evidenti soprattutto nei centri storici e nei borghi. I settori più penalizzati sono quelli dell’elettronica, delle edicole, dei distributori di carburante, dell’abbigliamento e dei generi alimentari. Negli ultimi 12 anni, solo ad Arezzo, si contano 200 chiusure nel centro storico e altre 122 nelle zone periferiche.
La chiusura progressiva di attività e servizi essenziali sta contribuendo allo spopolamento dei piccoli centri, che diventano sempre meno attrattivi non solo per i nuovi residenti ma anche per chi li abita da anni. Un quadro particolarmente preoccupante per i borghi aretini, dove anche l’artigianato, tradizionale motore economico, fatica a trovare personale qualificato, aggravando ulteriormente la situazione.
Confcommercio Firenze-Arezzo, da tempo attenta al tema, sottolinea la gravità del rischio: trasformare gradualmente città e borghi in veri e propri “centri fantasma”. Per contrastare questa deriva, l’associazione punta sul progetto Cities, una strategia concreta per favorire la rigenerazione urbana e rilanciare le economie di prossimità, valorizzando il ruolo centrale del terziario di mercato in una visione di sviluppo urbano sostenibile, inclusivo e identitario.
Il progetto si articola in cinque linee di intervento strategiche:
Rigenerare spazi pubblici e quartieri per renderli più vivi e accoglienti.
Sviluppare sistemi di mobilità e logistica sostenibili, funzionali a una città a misura di persona.
Promuovere patti locali per la riapertura dei negozi sfitti.
Sostenere modelli di gestione partecipata e collettiva dei centri urbani.
Rafforzare il commercio locale attraverso politiche più efficaci e l’uso intelligente delle tecnologie digitali.
L’obiettivo è invertire la rotta, riportando vitalità nei centri storici e nelle periferie e offrendo nuove opportunità economiche e sociali a tutto il territorio aretino.
Catiuscia Fei, direttore aggiunto Confcommercio Firenze-Arezzo:
Catiuscia Fei, direttore aggiunto Confcommercio Firenze-Arezzo
“Nella classifica delle città capoluogo che hanno perduto più imprese di commercio e turismo tra 2012 e 2024, Arezzo è al 33esimo posto con il -26,2% di imprese. Significa che in questi poco più di dieci anni abbiamo perduto un’attività commerciale su 4. Peggio di noi in Toscana fanno solo Pistoia (al 12esimo posto) e Livorno (al 16esimo).
Da notare che la maggior parte delle imprese le abbiamo perdute dopo il 2019, negli anni della pandemia, che ha portato a galla tante fragilità e ha accelerato la chiusura delle aziende meno strutturate. A risentire di più della crisi sono stati i negozi di abbigliamento e calzature, quelli di articoli per la casa, i negozi di giocattoli, le librerie, cartolibrerie, edicole, ma anche i negozi di prodotti alimentari e i banchi del mercato ambulante. Il segno meno c’è anche per i bar, che negli anni Duemila avevano visto un boom: forse ne sono stati aperti troppi, non sempre da persone preparate per fare questo mestiere che in apparenza sembra facile e remunerativo, ma in realtà richiede molti sacrifici e competenze specifiche. Oggi funzionano meglio i bar che si sono specializzati e alla vendita di caffè e colazioni hanno affiancato le proposte di pranzi, merende e aperitivi oppure una pasticceria ricercata. Gli altri fanno più fatica, visti anche i costi di gestione in aumento.
I ristoranti invece continuano a conoscere un periodo di crescita, come dimostrano alcune recenti aperture in città. Segno che i consumi fuori casa sono in aumento, vuoi per motivi di lavoro vuoi per abitudini diverse di vita, che ci spingono a pranzare o cenare fuori anche nel tempo libero. Nel turismo c’è un segno più anche per le imprese ricettive extralberghiere, come b&b, residence o affittacamere professionali.
L’indagine di Confcommercio sulla demografia d’impresa serve a mettere in guardia sugli effetti della desertificazione commerciale: meno negozi vuol dire meno presidi sociali, meno sicurezza e meno servizi per i cittadini. E se diventa un problema per i centri storici delle città principali, figurarsi per i piccoli borghi decentrati, dove i residenti vedono sparire i riferimenti essenziali. È un fenomeno complesso, che ha molte ragioni, ma che va governato se non vogliamo vivere in città fantasma. Possiamo fare qualcosa anche come privati cittadini, per esempio scegliendo di fare acquisti nei negozi di vicinato anziché sul web. Anche così si fa vivere la città”.