Ti racconto Don Giovanni

Rispetto al capolavoro di Wolfgang Amadeus Mozart, la musica sarà quella scritta dal celebre compositore austriaco, interpretata per l’occasione dai 10 musicisti dell’Ensemble d’archi e fiati dell’Orchestra Regionale Toscana.
Al contrario, su ciò che succederà sul palco rimane l’incognita. Di questa performance artistica a metà via fra la musica classica e il teatro è certo solo che sarà Riccio a dare lineamenti, voce e movimenti a tutti i personaggi del melodramma, vestendosi e truccandosi in scena. L’attore e regista fiorentino ha rivisitato in chiave teatrale comica e impertinente figure come Lorenzo De’ Medici, Galileo Galilei, Cesare Lombroso. Stavolta toccherà al leggendario sciupafemmine passare sotto il filtro stilistico di Riccio , che con lui si distrae dai libri di storia e posa lo sguardo sul libretto di una colonna portante della tradizione lirica mondiale.
Bianca: Qualche anticipazione sul suo Don Giovanni? Cosa l’ha spinta a vestire i suoi panni?
Alessandro Riccio: Quello che è più interessante dell’opera di Mozart è che parla di meccanismi psicoanalitici che ancora oggi, a distanza di secoli, riescono ad acchiappare l’interesse del pubblico. Ovviamente il Don Giovanni lo conoscono praticamente tutti, quindi il mio raccontare non vuole mostrare quelli che sono gli avvenimenti dell’opera, ma le dinamiche che la muovono e il fatto che queste siano ancora presenti nella nostra vita. Ti faccio un esempio su tutti: il famoso “là ci darem la mano” non è altro che la tentazione che Don Giovanni mette nel cuore di Zerlina costringendola a scendere su quella che potrebbe essere la sua futura vita. E quante volte noi ci troviamo di fronte all’occasione mancata, al “ma se facessi questo chissà cosa sarei? E se invece non lo faccio chissà come cambiano le cose per me?”.
Bianca: In scena sarà lei l’unico interprete di tutti i personaggi: perché questa scelta?
Alessandro Riccio: Io sono un attore trasformista e quindi nel mio lavoro mi piace moltissimo mostrare come si fa ad entrare e uscire da una personalità pur restando nello stesso corpo, perché credo che tutti ne racchiudiamo più di una ed è molto importante imparare a svilupparle e conoscerle. I personaggi dell’opera sono molto differenti fra loro. Per dire, Donna Elvira e Donna Anna hanno due approcci al rapporto con Don Giovanni diversissimi. La prima è aggressiva e volitiva tanto quanto la seconda è remissiva e vendicativa. Questi sono i vari aspetti che fanno parte di ogni singola, unica personalità e il cambiarsi direttamente sul palco svelando anche quello che è il segreto dell’attore affascina molto il pubblico. La maggior parte degli spettatori non si immagina il lavoro di trasformazione che si deve fare prima di entrare in scena. Ho inserito nello spettacolo anche molti momenti esilaranti per potermi rivolgere proprio come faceva Mozart a un pubblico molto ampio. L’opera è piena di doppi sensi, di situazioni buffe, sessuali, anche un po’ volgari se vuoi. E allo stesso tempo ci sono parti molto auliche e introspettive come l’incontro con il commendatore. Come a Mozart, anche a me piacerebbe soddisfare tutti i tipi di spettatore.
Bianca: La sua fiorentinità abbinata alla musica di parte dell’ORT: quanto il suo teatro si porta dentro della Toscana?
Alessandro Riccio: La fiorentinità è davvero un modo di guardare il mondo, è dissacrante, aggressivo, a volte irrispettoso, come molti altri fiorentini prima di me hanno dimostrato. Credo che questa capacità di colpire il pubblico in maniera comica faccia parte dell’identità della storia fiorentina, che conta moltissimi aneddoti su questo modo un po’ sgradevole ma corroborante di affrontare la vita. È uno stile giusto da portare in teatro per evitare la massificazione dei gusti e la globalizzazione dei punti di vista.
Bianca: Di Ti racconto Don Giovanni lei è anche autore e regista. Che ingredienti deve avere un buono spettacolo secondo lei?
Alessandro Riccio: La chiave di vittoria è la sorpresa. Il nostro pubblico ha visto tantissime cose, pensa la quantità di film che oggi le persone possono tranquillamente godersi seduti da casa. Perciò quello che deve essere assolutamente presente è la spettacolarità, come la definiva Aristotele. Cioè qualcosa che ti lascia di stucco! Ci sono un paio di momenti all’interno dello spettacolo in cui vedo che gli spettatori rimangono a bocca aperta perché non se l’aspettano. È una cosa che mi fa molto sorridere. È come quando ci fanno il “bu!” da dietro la porta e ci spaventiamo. Dopo la paura, restiamo un attimo attoniti e poi ridiamo. È un meccanismo della natura, ridere dopo una sorpresa, e questo secondo me è fondamentale: trovare il modo di stupire un pubblico che ha già visto tante cose.