Tovaglia a Quadri: ad Anghiari quattro portate di magia – Foto

Frutto del lavoro a quattro mani della compagnia del Teatro di Anghiari per la parte artistica e dell’Associazione Pro Anghiari per l’organizzazione.
Per confezionare le tradizionali tovaglie a quadri di Anghiari si usa una stoffa ruvida al tatto. Oggi come un tempo, il taglia e cuci di chi le lavora trasforma il tessuto grezzo di cui sono fatte in un accessorio popolare pieno di grazia, due tonalità di rosa alternate dentro i quadrettoni rigati. Mezz’ora prima dell’inizio è già tutto pronto. Lungo le sei tavolate apparecchiate qualche fiasco di vino e le ciotole di verdure per il pinzimonio spezzano la monotonia dei coperti. Nelle dieci sere estive in cui il Poggiolino ospita Tovaglia a Quadri il brusio che precede la cena spettacolo ricorda tantissimo quello di una platea. Scorcio fotografico per natura, da 24 anni la piazzetta si agghinda a mo’ di cornice di un rito collettivo che richiama più di mille spettatori a edizione da tutta Italia. “Cena toscana con una storia da raccontare in quattro portate”. Solo chi conosce già l’evento può notare lo sforzo di sintesi nel claim pubblicitario delle locandine. La luce gialla delle lampadine sospese sopra le teste dei presenti dà l’idea della semplicità curatissima del set. Lo stesso criterio usato per comporre il menù, un occhiolino deciso alla cucina artigianale e familiare per un palato toscano. A voler trovare un fil rouge, tutti i dettagli rimandano a una bellezza studiata apposta per farsi scambiare per casuale.
Le gambe delle sedie “da Bar Sport” si toccano, bisogna quasi strecciarle per accomodarsi. Il piano del tavolo è così affollato che lo smartphone rimane in borsa. Se i metri del lato lungo del tavolo non fossero chiari abbastanza, dalla condivisione stasera non si scappa. Gli anghiaresi sono la netta maggioranza degli avventori-spettatori. Oltre alla residenza in comune, poi, chi viene una volta spesso ritorna. La popolarità di Tovaglia a Quadri, almeno agli inizi, fornisce uno straordinario caso di scuola sul potere del passaparola. “Io torno tutti gli anni, ‘miracolosamente’ sono sempre riuscita a comprare il biglietto“, racconta una veterana all’estremità destra. Il sold out completo che gli organizzatori hanno annunciato sulla pagina Facebook la mattina prima del debutto non stupisce nessuno.
Saranno i gomiti che si urtano o l’imbarazzo dell’attesa da riempire senza il display del cellulare. Nel rettangolo del Poggiolino l’intimità fa saltare in continuazione la finzione scenica già prima della battuta di apertura. Le chiacchiere dei presenti svelano nomi e mestieri degli attori che si aggirano fra i tavoli, nei tempi morti del dietro le quinte. L’agricoltore, il postino in pensione, l’impiegata comunale. Nessun attore professionista in campo, solo dilettanti appassionati, tutti di Anghiari e dintorni.
Con una punta di masochismo, la conversazione vira quasi subito alla ricerca di spoiler. La trama cambia ogni anno, ma una signora-categoria-habitué sfoggia una sicurezza granitica: “Toccherà un nervo scoperto: Merendelli e Pennacchini ci riescono sempre“. I racconti di Tovaglia a Quadri si piazzano nella metà esatta fra l’universale e il “localissimo”, a cavallo fra il passato della tradizione e il presente della comunità e del Paese. Quest’anno, con “ViaDotta“, si parla di strade. La saggezza della tecnica degli antichi – gli Etruschi, i Romani, il vecchio stradino di Anghiari Caponero – custodi dell’arte di costruire vie di comunicazione centenarie per uomini e animali. Il contrasto con l’incuria del presente è più evidente che mai. L’anniversario incombente della tragedia di Ponte Morandi si intreccia alla cronaca insistente degli ultimi mesi sui guai della E45.
La rappresentazione comincia all’improvviso, così come inaspettatamente riprende dopo i crostini, i bringoli e i bocconcini di Chianina. I protagonisti recitano in mezzo agli spettatori, alle loro spalle, sporgendosi dalle finestre sopra di loro. Altro che 3D, Virtual Reality e 4K. Non dipende solo dal live. Le battute hanno il suono della ricerca, provengono dall’approfondimento scientifico in archivio e dalla memoria viva delle persone del posto, alleggerita continuamente da un repertorio efficace di comicità toscana. Quando si abbandona il tovagliolo sul tavolo, il dolciastro del caffè d’orzo dà una stretta alla lingua. Chi c’è sa già che quel sapore durerà almeno altri 365 giorni. Giusto in tempo per rinforzarlo con una cena toscana e una storia da raccontare. Quattro portate di magia.
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